Ecco perché le nuove sanzioni al petrolio degli Assad danneggeranno l'Italia più di tutti
L’Italia sarà il paese più colpito dal nuovo embargo petrolifero che l’Unione europea vuole imporre sulla Siria. Il Wall Street Journal rivela che dei 110.521 barili di petrolio che Damasco esporta, 55.123 arrivano nei porti italiani per essere raffinati dall’Eni, dall’Ies e dalla Saras spa. La Siria è ormai entrata nel sesto mese delle manifestazioni e, secondo l’ultimo rapporto Onu, i morti sono 2.200 a cui si aggiungono gli ultimi dieci uccisi ieri, durante le manifestazioni dell’ultimo venerdì del Ramadan.
23 AGO 20

L’Italia sarà il paese più colpito dal nuovo embargo petrolifero che l’Unione europea vuole imporre sulla Siria. Il Wall Street Journal rivela che dei 110.521 barili di petrolio che Damasco esporta, 55.123 arrivano nei porti italiani per essere raffinati dall’Eni, dall’Ies e dalla Saras spa.
La Siria è ormai entrata nel sesto mese delle manifestazioni e, secondo l’ultimo rapporto Onu, i morti sono 2.200 a cui si aggiungono gli ultimi dieci uccisi ieri, durante le manifestazioni dell’ultimo venerdì del Ramadan. Dopo mesi di incertezze la comunità internazionale ha lanciato un’offensiva diplomatica contro Damasco: gli Stati Uniti il 18 maggio hanno imposto le prime sanzioni, ma le azioni più decisive (l’Ue è un partner commerciale più grande per la Siria rispetto a Washington) arriveranno il prossimo 2 settembre quando una riunione dei ministri degli Esteri europei approverà in via definitiva le sanzioni contro le compagnie petrolifere siriane (che rappresentano il 30 per cento del pil e sono controllate da Assad). La decisione dell’Ue aggiunge incertezze sul futuro delle importazioni petrolifere italiane, già danneggiate dalla guerra libica e dalle sanzioni internazionali contro Gheddafi. Anche le parole di rassicurazione emerse dall’incontro di giovedì scorso, tra il premier italiano, Silvio Berlusconi, l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni e il capo del Consiglio nazionale di transizione libico, Mahmoud Jibril, non garantiscono un flusso di petrolio costante per i mesi a venire. Lo stesso Jibril ha ricordato che “la Libia non è né dell’Italia né della Francia e che i nuovi contratti saranno a#ssegnati in merito all’aiuto dato alla rivolta”.
La Siria è ormai entrata nel sesto mese delle manifestazioni e, secondo l’ultimo rapporto Onu, i morti sono 2.200 a cui si aggiungono gli ultimi dieci uccisi ieri, durante le manifestazioni dell’ultimo venerdì del Ramadan. Dopo mesi di incertezze la comunità internazionale ha lanciato un’offensiva diplomatica contro Damasco: gli Stati Uniti il 18 maggio hanno imposto le prime sanzioni, ma le azioni più decisive (l’Ue è un partner commerciale più grande per la Siria rispetto a Washington) arriveranno il prossimo 2 settembre quando una riunione dei ministri degli Esteri europei approverà in via definitiva le sanzioni contro le compagnie petrolifere siriane (che rappresentano il 30 per cento del pil e sono controllate da Assad). La decisione dell’Ue aggiunge incertezze sul futuro delle importazioni petrolifere italiane, già danneggiate dalla guerra libica e dalle sanzioni internazionali contro Gheddafi. Anche le parole di rassicurazione emerse dall’incontro di giovedì scorso, tra il premier italiano, Silvio Berlusconi, l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni e il capo del Consiglio nazionale di transizione libico, Mahmoud Jibril, non garantiscono un flusso di petrolio costante per i mesi a venire. Lo stesso Jibril ha ricordato che “la Libia non è né dell’Italia né della Francia e che i nuovi contratti saranno a#ssegnati in merito all’aiuto dato alla rivolta”.
Le sanzioni alla Siria non sono la prima iniziativa della comunità internazionale che danneggia direttamente l’Italia: già a marzo l’embargo petrolifero contro il regime di Gheddafi ha visto l’Italia, che importava più del 20 per cento del proprio fabbisogno petrolifero dalla Libia, uscire perdente. Da quando a gennaio è stato interrotto GreenStream, il gasdotto che collega l’Italia alla Libia, che garantiva un mensile di 1.732 milioni di tonnellate di greggio, a marzo i numeri sono diminuiti di due terzi per poi cessare in via definitiva. L’Eni ha assicurato che l’Italia ha riserve sufficienti per affrontare l’inverno ma è subito corsa ai ripari, tappando i buchi del fronte libico con nuovi contratti e importazioni. Tra i rimpiazzi c’è l’Iran: gli acquisti da Teheran sono raddoppiati negli ultimi mesi diventando l’11 per cento del totale rispetto al 3,7 per cento dell’anno precedente e, secondo i dati dell’Unione petrolifera, l’Italia ha importato 1.193 mila tonnellate di greggio a maggio rispetto alle 225,3 mila di febbraio. Sempre a maggio l’Azerbaigian è diventato, per la prima volta, il maggior fornitore di greggio dell’Italia: da Baku, Roma importa 1.211,6 tonnellate di petrolio ogni mese. Oltre a Azerbaijan e Iran anche il petrolio siriano ha agito da sostituto: negli ultimi mesi i rapporti con Damasco si sono intensificati e da gennaio le importazioni di greggio sono raddoppiate da 83 mila a 162 mila tonnellate.
L’Italia può contare su poche riserve energetiche domestiche ed è quindi dipendente dalle importazioni estere. Tuttavia, come assicura Roma, un blocco al petrolio siriano (che conta soltanto per il 2,9 per cento del totale) non rappresenterà un problema insormontabile. Le sanzioni dell’Ue hanno l’intento politico di fare pressione su un regime già in difficoltà economiche facendo cessare così le vioenze. L’Italia non verrà meno al suo impegno politico e, con ogni probabilità, voterà in linea con le altre cancellerie, ma trovare fornitori di petrolio in grado di garantire gli 1.3 milioni di barili quotidiani di cui l’Italia necessita potrebbe diventare sempre più costoso.
L’Italia può contare su poche riserve energetiche domestiche ed è quindi dipendente dalle importazioni estere. Tuttavia, come assicura Roma, un blocco al petrolio siriano (che conta soltanto per il 2,9 per cento del totale) non rappresenterà un problema insormontabile. Le sanzioni dell’Ue hanno l’intento politico di fare pressione su un regime già in difficoltà economiche facendo cessare così le vioenze. L’Italia non verrà meno al suo impegno politico e, con ogni probabilità, voterà in linea con le altre cancellerie, ma trovare fornitori di petrolio in grado di garantire gli 1.3 milioni di barili quotidiani di cui l’Italia necessita potrebbe diventare sempre più costoso.